La televisione italiana: dolosamente cattiva o semplicemente retrograda?


Una notizia sta girando in questi giorni, ma non sembra essere oggetto di particolare battage mediatico né tantomeno dell'indignazione che meriterebbe. Forse quella si è esaurita con i referendum.

Per chi non se ne fosse accorto stiamo parlando di libertà d'espressione, ma andiamo per gradi partendo da un simpatico oggetto che tutti abbiamo in casa: la televisione.

Ok, non mi sto riferendo all'elettrodomestico in sé, ma al media. Sorridente

La televisione è uno strumento di comunicazione unidirezionale: da una parte c'è l'emittente del messaggio, dall'altra il destinatario (o spettatore). Quest'ultimo non ha la possibilità tecnologica di produrre contenuti né di influenzare quelli esistenti. L'unica cosa che può fare è guardarla o non guardarla. Evidentemente, milioni e milioni di italiani pensano che spegnere la tv sia un peccato capitale...

Vediamo però le cose dal punto di vista opposto: come funziona, in soldoni, la televisione?

Semplificando molto, abbiamo una dirigenza (il singolare è voluto) che acquista dei prodotti come film, serie, telenovele, format di programmi. Questi prodotti hanno un costo elevato, e nel caso dei format bisogna anche pagarne la realizzazione. Si tratta in questo caso di show, reality e cazzate varie come x-factor, il grande fratello, amici, ciao darwin, ecc.

Come fanno le emittenti a rientrare di questi costi, soprattutto nel caso delle tv commerciali in cui non c'è nessun canone da evadere pagare? Semplice: con la pubblicità! Gli inserzionisti pagano fior di migliaia di euro per ogni secondo di spot, a seconda dello share dei programmi. Questo meccanismo semplice ed ampiamente collaudato si perpetua virtualmente all'infinito e permette di far acquistare a certi personaggi degli yacht sempre più grandi.

MA

Cosa accade nel momento in cui entra in questo sistema ben oliato una piattaforma di condivisione video grazie alla quale gli spettatori diventano utenti e possono accedere agli stessi contenuti, con il vantaggio di non essere vincolati né agli orari di messa in onda né alla pubblicità? E se oltre a questo potessero avere accesso diretto a parti specifiche dei contenuti televisivi, saltando tutta la melina di contorno? E se ancora potessero discutere dei contenuti, modificarli e ripubblicarne una loro versione personale?

L'eventualità è terribile, perché una piattaforma del genere inchioderebbe tutto il collaudato sistema di guadagno televisivo. Nella peggiore delle ipotesi, gli inserzionisti potrebbero addirittura decidere di non acquistare più la stessa quantità di spazi pubblicitari in tv per investire su questa nuova piattaforma.

Il vero problema è che detta piattaforma esiste, e si chiama Youtube. Non è l'unico strumento di condivisione di materiale audiovisivo ma è sicuramente il più famoso, grazie anche al fatto che alle sue spalle c'è un colosso di nome Google.

Oltre a questo ci sono anche Facebook e qualche migliaio di blog che rigirano lo stesso materiale, di solito ospitato proprio da Youtube, per commentarlo e magari dire che in tv trasmettono solo cazzate.

Da un punto di vista economico, il fatto che sul mercato entri un nuovo attore genera concorrenza, e la concorrenza fa bene al consumatore perché significa prodotti migliori a prezzi inferiori. Significa evoluzione.

In altri stati le emittenti televisive hanno aperto dei canali ufficiali su Youtube, sfruttando la sua diffusione capillare per diversificare e incrementare il proprio business. Parlo di incremento, perché in questo modo si vanno a riprendere parte degli investimenti pubblicitari che gli inserzionsti tolgono al media televisivo per spostarli su internet. Ovviamente i ricavi della pubblicità su Youtube vanno condivisi con Google, ma:

- si può sfruttare una piattaforma già esistente, collaudata, diffusa e famosa, che non necessita di una gestione diretta da parte dell'emittente;

- si evita di perdere totalmente questa fetta sempre più consistente di ricavi pubblicitari;

- si creano le premesse per una convergenza tv/internet, con prodotti destinati ad evolversi a vantaggio dell'utente finale.

...e in Italia?

Fra le cose che ho detto finora ci sono dei termini che in Italia vengono evitati come la peste, in particolar modo:

1. CONCORRENZA

2. CONDIVISIONE DEI RICAVI

Entrambe queste parole significano diminuzione dei margini di profitto, e per chi ha sempre operato da monopolista il concetto è più deleterio di un'epidemia di peste bubbonica. A conti fatti, significa: niente yacht chilometrici per i soliti noti.

Le risposte che la televisione italiana ha fattivamente dato all'evoluzione tecnologica del mezzo sono state queste.

Ci sono i video aggratis delle nostre trasmissioni su Youtube? Non poniamoci domande sul fatto che questa idea possa funzionare anche per noi, facciamo causa a Youtube!

Aprire un canale ufficiale su Youtube, spartendo così i proventi pubblicitari con Google? Ma siamo matti? Molto meglio sviluppare una piattaforma proprietaria dal costo esorbitante, alla faccia dell'accesso ai servizi pubblici. Ovviamente con i soldi dei contribuenti, gli stessi che servono per gli yacht di cui sopra.

Youtube rende disponibile uno strumento grazie al quale è possibile rimuovere facilmente i contenuti che violano il diritto d'autore, ma i video delle nostre trasmissioni continuano a comparire e ad essere condivisi su Facebook e blog vari? Allora chiamiamo in causa i politici e, con abile mossa lobbystica, introduciamo di soppiatto delle norme che ci consentano di censurare il tutto nel modo più semplice e rapido possibile.

Eccoci quindi giunti all'oggetto di questo post!

Il buon Corrado Calabrò, attuale presidente dell'AGCOM, ha innanzitutto pensato di licenziare Nicola D'Angelo, una voce fuori dal coro che parlava di lotta per i diritti digitali. In questo modo ha avuto campo libero per portare ad attuazione un regolamento interno che prevede cose poco simpatiche.

Fra poco, infatti, sarà possibile IMPORRE la rimozione da qualunque piattaforma online dei contenuti che violano il diritto d'autore senza passare attraverso un tribunale. Se la piattaforma si trova all'estero, si potrà IMPORRE agli ISP di inibirne l'accesso via DNS.

Cosa significa? Semplicemente che se in questo articolo mi metto a pubblicare un video preso da youtube relativamente ad una qualsiasi trasmissione televisiva, l'AGCOM mi può imporre di rimuoverlo senza dovermi prima denunciare. Se questo blog fosse hostato fuori dall'Italia, può fare in modo che voi non possiate accedervi. E non mi riferisco esclusivamente alla pagina in cui compare il video, ma a TUTTO il blog.

Caso estremo? Censura completa di Youtube, Facebook e compagnia bella!

Un diritto d'espressione che viene cancellato senza neanche far intervenire il parlamento, senza una legge, senza una modifica alla costituzione. Semplicemente da un regolamento di un ente che dovrebbe TUTELARE i consumatori! Un ente che viene improvvisamente trasformato in sceriffo della rete e che può arbitrariamente cancellarne delle parti ritenute scomode. Alla faccia dei diritti, della libertà e della neutralità della rete.

Di fronte a tutto questo, nessuno si agita. Nessuno si indigna. Nessuno protesta. Nessuno fa i picchetti di fronte al palazzo dell'Agcom. Gli unici che si sono attivati sono gli hacker del gruppo Anonymous Italia. Questo significa che per combattere l'illegalità della nostra amministrazione pubblica non abbiamo altra scelta che affidarci alla pari illegalità degli attacchi informatici, in mezzo all'indifferenza generale?

La dichiarazione di guerra di Anonymous Italia

Forse, come pensa l'amico Kaeel (e come probabilmente dirà in un suo prossimo post), gli italiani si meritano questo perché finora non hanno mai dimostrato di dare valore alla vera libertà di espressione e di informazione.

Personalmente, sono indignato. Non perché abbia qualcosa da temere ma perché censura significa regime, e in quanto a libertà di espressione siamo già parecchio indietro nelle classifiche mondiali. Però la massa non lo sa.

Guardatevi in giro, osservate quello che sta succedendo, e cercate di capire in che direzione sta andando il nostro futuro.

 

Gadjet



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