Di chi è, esattamente, l'utero?


Se ne è parlato a sproposito quando la stepchild adoption è stata stralciata dalla legge Cirinnà, se ne sta parlando di nuovo con tonnellate di polemica ora che Vendola ha avuto un figlio: l'utero in affitto.

La maternità surrogata consiste nel far partorire la propria prole da una perfetta sconosciuta, pagandola per il disturbo e strappandole il pargolo di mano subito dopo il parto. Messa giù così, nuda e cruda, suona come una pratica aberrante. Ammetto che anch'io sento un forte senso di disagio a riguardo, quindi mi sorge spontanea una domanda: cosa, di preciso, mi disturba?

Ci rifletto, ne parlo con altre persone ed emerge quanto l'argomento sia più complesso di come viene posto dai leoni da tastiera sui social network. Ok, considerazione banale, direte voi. Bene, vediamo di approfondirla.

Da quanto leggo in giro, alcune fra le argomentazioni più usate per condannare tale pratica vertono sullo sfruttamento del corpo femminile, in particolar modo nell'accezione della donna come dispensatrice di vita. Condivisibile, senza dubbio. Parlando però di corpo femminile, sarebbe opportuno affrontare tre concetti diversi: uso, abuso e solo dopo sfruttamento.

L'uso prevede un atteggiamento consenziente della persona e i suoi effetti li possiamo vedere ogni qualvolta accendiamo la televisione. Il corpo delle donne è usato con maniacale abitudine per vendere qualunque cosa, dai giornali alle piastrelle, fino addirittura alle casse da morto! Fermo restando che le modelle lo fanno di mestiere, non si può non dire che questo uso del loro corpo sia lesivo dell'immagine femminile e contribuisca a perpetuare l'idea che il ruolo della donna sia l'essere oggetto. Visto che però le continue proteste su questo argomento vengono puntualmente derubricate a "rantoli di femministe contrarie all'emancipazione" deduco che questo uso del corpo sia socialmente accettato.

Parlando di abuso comincia a venir meno la libera volontà e ci si addentra in narrazioni dai toni cupi, che facilmente vengono stigmatizzate. La donna viene abusata? Sì, continuamente, molto più di quanto i media e le vittime stesse ne parlino. La pratica dell'abuso viene condannata dalla società? Sì, certo. Davvero? Qua la situazione si fa meno chiara. Una ragazza gira da sola per strada, viene attaccata e violentata. Tragico, senza dubbio. Eppure oltre alla tragedia c'è sempre una folta schiera di voci che senza tema rumoreggiano con un coro di "cosa ci faceva una ragazza da sola? Com'era vestita? Se l'è cercata, aveva sicuramente un atteggiamento da puttanella!". Le amebe che scrivono cose del genere non subiscono mai un serio stigma sociale, quindi appare chiaro che queste idee siano giustificate anche da chi non le esprime a voce alta. Che dire poi degli abusi consumati sotto il tetto coniugale? In fondo la legislazione per cui la moglie non è di proprietà del marito è così recente da non far parte ancora della cultura popolare. Per evolvere da questo status quo obiettivamente sessista, le donne sono invitate in ogni modo a denunciare questi fatti... poi accade che un tribunale assolve il capoufficio che palpa il sedere alla segretaria e non ci si può lamentare se nessuno denuncia più. L'abuso viene quindi condannato ma non così tanto.

Arriviamo dunque allo sfruttamento, che può essere o meno consenziente a seconda del caso; resta comunque difficile tirare una linea sul confine del livello di consenso. Prendiamo ad esempio la prostituzione: è un caso di sfruttamento del corpo femminile? Sì, eclatante. Viene condannata? Più o meno. Ci sono quelli che dicono che sia sbagliata, quelli che la vorrebbero legalizzare, quelli che "è immorale" e poi li beccano con le minorenni. Più in generale si può tranquillamente affermare che il tema non riempie le piazze di folle inferocite. E il consenso? La prostituta è consenziente? Anche la risposta a questa domanda non è intuitiva: la ragazza straniera che scappa dalla povertà ed entra nel giro lo fa suo malgrado, non essendole offerta alcuna alternativa valida di vivere la propria vita. Fra il fatto che i clienti non debbano legarla per avere un rapporto e la sua realizzazione personale nei confronti di quell'attività la distanza non è breve. La ragazzina che ha già una famiglia che la mantiene e che ugualmente si prostituisce per vivere nel lusso è consenziente? Una società che giustifica la vendita del proprio corpo come puro mezzo per "elevare il proprio rango" non sta offrendo alternative culturali altrettanto appetibili, evidentemente.

E l'utero? L'utero sembra essere al centro di una battaglia che ne vede rivendicata la sacralità da un lato e la proprietà dall'altro. Il problema narrativo nasce nel momento in cui si inserisce nel discorso l'autodeterminazione. Sarebbe mai possibile per una donna partorire un bambino conto terzi a causa di una sua scelta interamente libera? Basta la sola ipotesi a far crollare qualsiasi tipo di rivendicazione da parte di qualunque gruppo organizzato. Le donne, intese come aggregato di protesta, non possono dire "questa pratica è lesiva per TUTTE noi" nel momento in cui anche solo una di loro risponde con: "non sono d'accordo, io lo voglio fare per qualsivoglia motivo io ritenga corretto."
Certo, bisogna anche puntualizzare che nel momento in cui la gravidanza surrogata diventa l'unico strumento per uscire - almeno temporaneamente - da una situazione di grave indigenza, tutto il discorso sull'autodeterminazione cade. Ma potrebbero esistere anche eventualità in cui una persona sia puramente convinta di fare un'azione caritatevole nei confronti di una coppia che non ha altro modo di avere figli, quale che sia il motivo. Non mi sembra un'idea peregrina, anzi: nei Paesi in cui la pratica è normata, la ratio è esattamente questa. Ci sono poi esempi in cui questo ragionamento viene portato così all'estremo da distorcere l'intenzione originaria della norma? Certo, sarebbe stupido dubitarne. I casi limite, tuttavia, non sono per definizione la normalità, e costruire feroci battaglie e polemiche su di essi non aiuta nessuno a venire a capo della situazione, neanche dal punto di vista etico.

Cosa si può dunque concludere da questo breve ragionamento? Che allo stato attuale delle cose c'è una diffusa condivisione del principio per cui la donna e il suo corpo vadano rispettati. Non tutte le donne e non tutte le parti del loro corpo, però, e non in tutti i casi. Facciamo che rispettiamo le donne a tranci, scegliendoli come fossimo dal macellaio, mentre ci accapigliamo su quanto sia sacra e indivisibile la vita del creato discutendo se siano più buone le costine o il filetto.

Non ho parlato dei bambini, frutto delle gravidanze surrogate. L'argomento è così vasto che affontarlo qua avrebbe creato solo caos. Magari in un altro post.

 

Gadjet



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